Hard Work Beats Talent When Talent Doesn’t Work Hard” -Tim Notke

Questa frase racchiude l’importanza del duro lavoro, mostrando come senza di esso un talento non può vincere, chiunque sia arrivato nello sport di alto livello è sicuramente un talento, ma questo non basta per rimanere e soprattutto per arrivare a vincere.

La domanda che sorge spontanea è: “Perchè troppo spesso si cerca disperatamente di risollevare le sorti di una squadra affidandosi ai cosiddetti -toxic talent-, ossia atleti con indubbio talento ma poca voglia di lavorare o inclini a condotte inappropriate dentro e fuori dal campo che in poco tempo rovinano l’ambiente intorno a loro?

Il talento viene spesso osannato a discapito dello spogliatoio, della reputazione della squadra e dei valori dello sport:

💡 I modelli di vita sono preferiti ma non essenziali. L’orgoglio civico che ispirano è piuttosto flessibile. I team sanno che i fan possono tollerare una straordinaria quantità di indecenza se si traducono in vittorie che li fanno sentire superiori. “Jerry Brewer -Washington Post”

Questi episodi continuano a ripetersi nello sport professionistico, negli ultimi mesi il caso più eclatante è stato quello di Antonio Brown, giocatore professionista di football americano, il quale nel giro di poche settimane è stato silurato da più squadre per motivi sportivi e non e al momento si trova in un punto di probabile non-ritorno.

Questo caso credo sia molto importante e da seguire attentamente poichè non è né il primo né l’ultimo, basti pensare all’Italia: di “Balotellate” ce ne sono state e ce ne saranno ancora se non vi è un cambio di atteggiamento nei confronti di questi personaggi.


Image credit: Michael Reaves | Getty Images

ANTONIO BROWN

Antonio Brown è un giocatore di football americano statunitense, wide receiver, fu scelto nel corso del sesto giro (195º assoluto) del Draft NFL 2010 dai Pittsburgh Steelers ed ha giocato per nove stagioni con questa maglia.

Dopodichè, il suo continuo comportamento inappropriato (che incluse abbandonare il team durante la 17esima settimana della stagione), forzò gli Steelers a cedere il giocatore, cosa che lui stesso aveva richiesto pubblicamente.

Brown venne così scambiato il 13 marzo 2019 agli Oakland Raiders. Dopo sei mesi senza mai giocare, numerosi problemi con la dirigenza e varie sanzioni, venne tuttavia svincolato il 7 settembre 2019 prima dell’inizio della stagione regolare.

Poche ore dopo esser stato svincolato dai Raiders, Brown firmò un contratto di un anno dal valore di 15 milioni di dollari coi campioni in carica dei New England Patriots. Debuttò con la nuova maglia nel secondo turno andando subito a segno su passaggio di Tom Brady.

Questa fu la sua ultima apparizione in una partita di football poichè dopo essere stato accusato da due donne di aver subito delle molestie sessuali, e dopo che le accuse sì dimostrarono fondate, i Patriots decisero di svincolarlo.

In questo modo anche il terzo team nell’arco di pochi mesi abbandonò il giocatore, il quale tutt’ora si trova senza una squadra e ormai con poche chance di tornare a giocare dopo tutte queste peripezie.

Ciò che si evince è che nessuno è indispensabile, dopo l’ennesimo sgarro finalmente hanno capito che l’atteggiamento di un giocatore di questo tipo non può essere tollerato o coperto dal presunto “talento”.


Il prezzo del “Toxic Talent”

In questo articolo, sono stati messi in luce i risvolti negativi dell’avere un talento tossico in squadra. Tre aspetti da tenere in considerazione:

1. Non farti sedurre dalla trappola del talento

Ovviamente Brown ha del talento, ha militato per più anni nella NFL e anche con ottime prestazioni, il ragazzo è bravo. Ma ricorda, quando il talento rimane grezzo e si abbatte contro la cultura aziendale, quel talento perde valore. Non importa quanto tu sia bravo, se stiamo parlando di uno sport di squadra ci sono molte cose da rispettare che vanno ben oltre lo stare in campo. Un giocatore di squadra al di fuori del campo non rappresenta solo se stesso ma anche la sua franchigia e i suoi valori.

2. Considera il vero costo della tossicità

Un giocatore tossico infetta tutta la società.

Una review di Harvard sul Business descrive gli effetti negativi dei dipendenti tossici, tra cui danni a persone e cose, perdita dei clienti, morale dei dipendenti, turnover più elevato e perdita di legittimità tra le parti interessate. L’impatto in dollari della gestione di un “divo” che gioca secondo le proprie regole può essere astronomico.

E’ stato trovato che evitare un lavoratore tossico migliora le prestazioni in misura molto maggiore rispetto alla sostituzione di un lavoratore medio con un lavoratore superstar.

3. Non aspettarti un miracolo

Assumendo un personaggio con precedenti di cattiva condotta o esperienze simili non ci si può aspettare di ribaltare la situazione facilmente. E’ giusto fare in modo che tutti possano avere delle chance per dare il meglio di se stessi, ma non lusingarti credendo di poter cambiare l’immutabile.”


QUANTO SONO COLPEVOLI LE AZIENDE?

Prospettiva: l’NFL è complice nell’auto-sabotaggio di Antonio Brown

Jerry Brewer , in questo articolo del Washington Post, entra più a fondo nella questione aziende-talenti.

“Anche se la lega sportiva più popolare e ipocrita d’America è piena di franchising che vedono i piantagrane scartati semplicemente come talenti in vendita, ci sono limiti per la malvagità di un narcisista abilitato. Per mesi – anzi, anni – Brown non ha solo attraversato la linea. Ha usato la linea per perfezionare i suoi due passaggi. Sul campo, il ricevitore è il più affidabile possibile, una macchina da gioco quasi garantita per offrire 100 ricevimenti, 1.300 yard e 10 touchdown per stagione. Fuori dal campo, nel migliore dei casi è traballante, nel peggiore dei casi disastroso, e più a lungo rimane sotto i riflettori, più scura diventa la sua storia.

Ma dopo tutte queste vicende e l’attuale disoccupazione cosa possiamo dire: lo spirito libero laborioso e gioioso che ha goduto nella sua deliziosa ascesa alla celebrità, dalla scelta del sesto round alla superstar, è sparito. Ciò che rimane è un burlone prepotente, insubordinato e pomposo che è stato accusato due volte di cattiva condotta sessuale e recentemente ha mostrato scarso rispetto per l’autorità.

L’NFL e i suoi dipendenti erano complici nel creare questo mostro perché credevano che fosse un lavoratore troppo speciale, instancabile e, ultimamente, troppo disponibile per licenziarlo. Dovremmo essere tutti abbastanza realistici da conoscere l’affare negli sport professionistici: il talento impone sempre compassione. Questi giochi riguardano soldi e vincite.

I modelli di vita sono preferiti ma non essenziali. L’orgoglio civico che ispirano è piuttosto flessibile. I team sanno che i fan possono tollerare una straordinaria quantità di indecenza se si traducono in vittorie che li fanno sentire superiori.”


💡 Questi due articoli e soprattutto queste ultime parole scritte da Jerry Brewer sul Washington Post lasciano tanti spunti di riflessione: – Quanti casi simili a quello di Antonio Brown troviamo sui giornali sportivi ogni giorno? – Il tifoso che è in noi è come quello descritto in questo articolo, ossia insensibile di fronte a certi comportamenti pur di sentirsi superiore grazie ad una vittoria? – Quali modelli vogliamo che seguano i nostri figli: i “bad-boys” oppure delle persone che si sono dimostrati “grandi” dentro e fuori dal campo?